(foto di SDF)
L’immagine che si dà agli altri. Ai colleghi. Ai conoscenti. A chi si incontra per strada. Alle feste. Non è pubblica. È privata. Incontrare una persona che, a parte due convenevoli di circostanza (per tutelare la propria importantissima figura), esordisce con un «Ciao! E allora? Cosa fai adesso di bello?» da intendersi come: «Che lavoro fai ora? Visto che hai avuto il coraggio di andartene da una farsa totale in cui io continuo a essere imprigionato, in cui devo fare finta di trovarmi bene, in cui mi insultano e io abbasso lo sguardo, in cui mi sto sputtanando la vita… magari non hai trovato niente da fare, e allora vedi che facevi bene a piegarti come ho fatto io?». L’unica risposta da dare, in tutta tranquillità, è: Adesso mi faccio i cazzi miei. Diversi dai tuoi. Anzi dai vostri, che tu i cazzi tuoi non ce li hai. Non hai nemmeno più il cazzo, forse. Quindi, scusa se non condivido la mia vita lavorativa con te.
Da tempo, la confusione di chi dirige è pericolosa. Ridicola. Prima si dice una cosa. Poi se ne fa un’altra. Poi se ne scrive un’altra più ridicola di tutte. Per giustificarsi.
Menzogne. Per giustificarsi.
Ché, per esempio, è chiaro che farsi patrocinare dal Governo in carica il “proprio” maledetto progetto lavorativo, o magari il proprio sogno primaverile per cui vale la pena vivere, è da ignoranti. Ma aver paura di ammetterlo è peggio. È da sfigati totali. Lobotomizzati. Zombie. Business men dei poveri che hanno paura delle loro scelte. Che non sanno scegliere. O forse che hanno già scelto. Finti rivoluzionari che invitano a chiudere il pugno assieme a loro, a tenere duro, a essere creativi, a crederci, ché siamo in pieno regime, e poi leccano il culo ai neofascisti al Governo perché hanno i soldi, e magari due denari li cacciano la prossima volta che organizzano un progetto, un sogno per cui vale la pena vivere. Finanziato da questo Governo…
Fantastico.
Gente che continua a far girare questa ruota di merda. Scrivendo e parlando al contrario. Prendendosi per il culo anche tra di loro. Facendo finta di volerla fermare questa ruota. Codardi e falsi. Come i numeri di cui si circondano, per non vergognarsi della piccolezza umana.
Ecco. Una cosa così significa una cosa brutta. Prendere in giro chi credeva in questo progetto. Chi stringeva il pugno. Chi ne faceva parte. E chi no. Chi lo viveva solo da “esterno”, ma lo sosteneneva in ogni sua espressione, in ogni suo evento. Chi invece era fiero di farne parte. Chi era fiero di 3 lire al mese. Mica 3000 euro. E chi era fiero di lavorare gratis. Per la causa. Perché le cose belle si fanno assieme…
Appunto.
Cose belle un cazzo. Ipocrisia e basta.
Serve rispetto. Dovete darci il denaro. Il lavoro serve a quello. La stronzata della realizzazione lavorativa ci appartiene. Ma è un buco nero. Che risucchia ogni attimo di vita. E la regala ai “capi” per cui sudiamo. Per noi briciole, spesso. Complimenti, gran sorrisi e pacche sulle spalle. A fare gli amici. Realizzazione personale indotta. Svendita della propria vita. A un progetto. E nemmeno il proprio.
Il progetto di vita di ognuno non potrà mai coincidere con quello di qualcun altro. Solo gli innamorati e gli amici ci riescono. A volte. A caso. E a gratis, ovviamente.
Ma a lavoro è ridicolo pensarlo. E pericoloso. Chi ha fatto questo errore non se lo scorderà mai più. Il lavoro a gratis non esiste. Il lavoro per amicizia non esiste. Il lavoro per amore non esiste. Esiste solo il LAVORO a cui deve corrispondere un compenso. Non di immagine, di coolness, di nome, di contatti. Nemmeno di prospettiva. Ma DENARO. Visto che il sistema in cui ci troviamo è questo. Visto che con una immagine curata non ci compriamo il pane.
Il lavoro per cui non è corrisposto un compenso è VOLONTARIATO. Nobilissimo e fondamentale per aiutare gli sconfitti dal mercato, dalla vita, dalla genetica, dalla droga. Ma è tutt’altra cosa, rispetto al LAVORO. Il lavoro che ti permette di vivere. Il lavoro che fa vivere gli altri. Il lavoro che ti fa del bene. Il lavoro che fa del bene agli altri. Utilità sociale. Che porta avanti tutti.
Il lavoro, che permettendoti una indipendenza economica, ti permette di realizzare i TUOI progetti. Che possono essere (e c’è da sperare lo siano) anche altro dal lavoro desiderato da ragazzino…
Perché indignarsi degli stage, del regime, dei vecchi, dei giovani, del futuro, della famiglia, e in realtà poi appoggiarli nelle loro schifezze, non è credibile. È indegno. È una presa per il culo. Lecita, ovviamente. Ma da veri sucker. Non da persone (reali, non immagini) con cui valga la pena condividere un progetto per cui vivere.
E ora, non c’è più da giustificarsi. Se volete farci lavorare a un progetto non nostro, senza amore e senza amicizia, dovete darci il denaro. Altrimenti, muti.
Da tempo, la confusione di chi dirige è pericolosa. Ridicola. Prima si dice una cosa. Poi se ne fa un’altra. Poi se ne scrive un’altra più ridicola di tutte. Per giustificarsi.
Menzogne. Per giustificarsi.
Ché, per esempio, è chiaro che farsi patrocinare dal Governo in carica il “proprio” maledetto progetto lavorativo, o magari il proprio sogno primaverile per cui vale la pena vivere, è da ignoranti. Ma aver paura di ammetterlo è peggio. È da sfigati totali. Lobotomizzati. Zombie. Business men dei poveri che hanno paura delle loro scelte. Che non sanno scegliere. O forse che hanno già scelto. Finti rivoluzionari che invitano a chiudere il pugno assieme a loro, a tenere duro, a essere creativi, a crederci, ché siamo in pieno regime, e poi leccano il culo ai neofascisti al Governo perché hanno i soldi, e magari due denari li cacciano la prossima volta che organizzano un progetto, un sogno per cui vale la pena vivere. Finanziato da questo Governo…
Fantastico.
Gente che continua a far girare questa ruota di merda. Scrivendo e parlando al contrario. Prendendosi per il culo anche tra di loro. Facendo finta di volerla fermare questa ruota. Codardi e falsi. Come i numeri di cui si circondano, per non vergognarsi della piccolezza umana.
Ecco. Una cosa così significa una cosa brutta. Prendere in giro chi credeva in questo progetto. Chi stringeva il pugno. Chi ne faceva parte. E chi no. Chi lo viveva solo da “esterno”, ma lo sosteneneva in ogni sua espressione, in ogni suo evento. Chi invece era fiero di farne parte. Chi era fiero di 3 lire al mese. Mica 3000 euro. E chi era fiero di lavorare gratis. Per la causa. Perché le cose belle si fanno assieme…
Appunto.
Cose belle un cazzo. Ipocrisia e basta.
Serve rispetto. Dovete darci il denaro. Il lavoro serve a quello. La stronzata della realizzazione lavorativa ci appartiene. Ma è un buco nero. Che risucchia ogni attimo di vita. E la regala ai “capi” per cui sudiamo. Per noi briciole, spesso. Complimenti, gran sorrisi e pacche sulle spalle. A fare gli amici. Realizzazione personale indotta. Svendita della propria vita. A un progetto. E nemmeno il proprio.
Il progetto di vita di ognuno non potrà mai coincidere con quello di qualcun altro. Solo gli innamorati e gli amici ci riescono. A volte. A caso. E a gratis, ovviamente.
Ma a lavoro è ridicolo pensarlo. E pericoloso. Chi ha fatto questo errore non se lo scorderà mai più. Il lavoro a gratis non esiste. Il lavoro per amicizia non esiste. Il lavoro per amore non esiste. Esiste solo il LAVORO a cui deve corrispondere un compenso. Non di immagine, di coolness, di nome, di contatti. Nemmeno di prospettiva. Ma DENARO. Visto che il sistema in cui ci troviamo è questo. Visto che con una immagine curata non ci compriamo il pane.
Il lavoro per cui non è corrisposto un compenso è VOLONTARIATO. Nobilissimo e fondamentale per aiutare gli sconfitti dal mercato, dalla vita, dalla genetica, dalla droga. Ma è tutt’altra cosa, rispetto al LAVORO. Il lavoro che ti permette di vivere. Il lavoro che fa vivere gli altri. Il lavoro che ti fa del bene. Il lavoro che fa del bene agli altri. Utilità sociale. Che porta avanti tutti.
Il lavoro, che permettendoti una indipendenza economica, ti permette di realizzare i TUOI progetti. Che possono essere (e c’è da sperare lo siano) anche altro dal lavoro desiderato da ragazzino…
Perché indignarsi degli stage, del regime, dei vecchi, dei giovani, del futuro, della famiglia, e in realtà poi appoggiarli nelle loro schifezze, non è credibile. È indegno. È una presa per il culo. Lecita, ovviamente. Ma da veri sucker. Non da persone (reali, non immagini) con cui valga la pena condividere un progetto per cui vivere.
E ora, non c’è più da giustificarsi. Se volete farci lavorare a un progetto non nostro, senza amore e senza amicizia, dovete darci il denaro. Altrimenti, muti.
