sabato 29 agosto 2009

Dovete darci il denaro



(foto di SDF)

L’immagine che si dà agli altri. Ai colleghi. Ai conoscenti. A chi si incontra per strada. Alle feste. Non è pubblica. È privata. Incontrare una persona che, a parte due convenevoli di circostanza (per tutelare la propria importantissima figura), esordisce con un «Ciao! E allora? Cosa fai adesso di bello?» da intendersi come: «Che lavoro fai ora? Visto che hai avuto il coraggio di andartene da una farsa totale in cui io continuo a essere imprigionato, in cui devo fare finta di trovarmi bene, in cui mi insultano e io abbasso lo sguardo, in cui mi sto sputtanando la vita… magari non hai trovato niente da fare, e allora vedi che facevi bene a piegarti come ho fatto io?». L’unica risposta da dare, in tutta tranquillità, è: Adesso mi faccio i cazzi miei. Diversi dai tuoi. Anzi dai vostri, che tu i cazzi tuoi non ce li hai. Non hai nemmeno più il cazzo, forse. Quindi, scusa se non condivido la mia vita lavorativa con te.

Da tempo, la confusione di chi dirige è pericolosa. Ridicola. Prima si dice una cosa. Poi se ne fa un’altra. Poi se ne scrive un’altra più ridicola di tutte. Per giustificarsi.
Menzogne. Per giustificarsi.

Ché, per esempio, è chiaro che farsi patrocinare dal Governo in carica il “proprio” maledetto progetto lavorativo, o magari il proprio sogno primaverile per cui vale la pena vivere, è da ignoranti. Ma aver paura di ammetterlo è peggio. È da sfigati totali. Lobotomizzati. Zombie. Business men dei poveri che hanno paura delle loro scelte. Che non sanno scegliere. O forse che hanno già scelto. Finti rivoluzionari che invitano a chiudere il pugno assieme a loro, a tenere duro, a essere creativi, a crederci, ché siamo in pieno regime, e poi leccano il culo ai neofascisti al Governo perché hanno i soldi, e magari due denari li cacciano la prossima volta che organizzano un progetto, un sogno per cui vale la pena vivere. Finanziato da questo Governo…
Fantastico.
Gente che continua a far girare questa ruota di merda. Scrivendo e parlando al contrario. Prendendosi per il culo anche tra di loro. Facendo finta di volerla fermare questa ruota. Codardi e falsi. Come i numeri di cui si circondano, per non vergognarsi della piccolezza umana.

Ecco. Una cosa così significa una cosa brutta. Prendere in giro chi credeva in questo progetto. Chi stringeva il pugno. Chi ne faceva parte. E chi no. Chi lo viveva solo da “esterno”, ma lo sosteneneva in ogni sua espressione, in ogni suo evento. Chi invece era fiero di farne parte. Chi era fiero di 3 lire al mese. Mica 3000 euro. E chi era fiero di lavorare gratis. Per la causa. Perché le cose belle si fanno assieme…
Appunto.
Cose belle un cazzo. Ipocrisia e basta.

Serve rispetto. Dovete darci il denaro. Il lavoro serve a quello. La stronzata della realizzazione lavorativa ci appartiene. Ma è un buco nero. Che risucchia ogni attimo di vita. E la regala ai “capi” per cui sudiamo. Per noi briciole, spesso. Complimenti, gran sorrisi e pacche sulle spalle. A fare gli amici. Realizzazione personale indotta. Svendita della propria vita. A un progetto. E nemmeno il proprio.

Il progetto di vita di ognuno non potrà mai coincidere con quello di qualcun altro. Solo gli innamorati e gli amici ci riescono. A volte. A caso. E a gratis, ovviamente.
Ma a lavoro è ridicolo pensarlo. E pericoloso. Chi ha fatto questo errore non se lo scorderà mai più. Il lavoro a gratis non esiste. Il lavoro per amicizia non esiste. Il lavoro per amore non esiste. Esiste solo il LAVORO a cui deve corrispondere un compenso. Non di immagine, di coolness, di nome, di contatti. Nemmeno di prospettiva. Ma DENARO. Visto che il sistema in cui ci troviamo è questo. Visto che con una immagine curata non ci compriamo il pane.
Il lavoro per cui non è corrisposto un compenso è VOLONTARIATO. Nobilissimo e fondamentale per aiutare gli sconfitti dal mercato, dalla vita, dalla genetica, dalla droga. Ma è tutt’altra cosa, rispetto al LAVORO. Il lavoro che ti permette di vivere. Il lavoro che fa vivere gli altri. Il lavoro che ti fa del bene. Il lavoro che fa del bene agli altri. Utilità sociale. Che porta avanti tutti.
Il lavoro, che permettendoti una indipendenza economica, ti permette di realizzare i TUOI progetti. Che possono essere (e c’è da sperare lo siano) anche altro dal lavoro desiderato da ragazzino…
Perché indignarsi degli stage, del regime, dei vecchi, dei giovani, del futuro, della famiglia, e in realtà poi appoggiarli nelle loro schifezze, non è credibile. È indegno. È una presa per il culo. Lecita, ovviamente. Ma da veri sucker. Non da persone (reali, non immagini) con cui valga la pena condividere un progetto per cui vivere.

E ora, non c’è più da giustificarsi. Se volete farci lavorare a un progetto non nostro, senza amore e senza amicizia, dovete darci il denaro. Altrimenti, muti.

giovedì 9 luglio 2009

I Giusti

Chi erano I Giusti?
Nel ’63 Calvino scriveva che I Giusti erano persone che sapevano quali erano i loro diritti e combattevano per ottenerli. I Giusti erano gli emigranti dal sud Italia, operai della Fiat, che scioperavano per una paga migliore e una riduzione delle ore lavorative. Formavano il proletariato cosciente, in lotta per un proprio posto nel mondo. Quelli erano I Giusti. Calvino però era anche consapevole che le cose stavano cambiando: il boom economico avrebbe modificato per sempre la vita degli italiani. Vedeva già i primi pericoli: il consumismo, le vacanze al mare, le file di automobili la domenica per uscire dalla città e lo scarso interesse dei lavoratori per i problemi della sanità e dell’istruzione. Era preoccupato, perché vedeva che la stirpe dei Giusti stava diminuendo, ma non poteva immaginare la sua estinzione. Oggi possiamo dichiarare estinta la stirpe dei Giusti. Ne nasceranno di nuove, diverse, ma quella descritta da Calvino, non c’è più. È stata spazzata via da quaranta anni di boom economico, consumismo sfrenato, agenzie interinali, contratti a progetto, mutui, tagli alla ricerca, alle pensioni, alla sanità pubblica, alla scuola pubblica, liberismo e legge del mercato. Una realtà del lavoro diversa, una vita diversa, ideali e sogni diversi, una società diversa. La patria di questo capitalismo all’italiana è Milano. Qui, qualsiasi lavoro tu faccia, lo fai sottopagato, sfruttato e piegando la testa contento, perché ti hanno dato la possibilità di farlo, di avere “qualcosa in cui credere”. Questa è la nostra retorica del lavoro. Anche le piccole aziende creative, vanno avanti con la stessa retorica. Non ti devi ribellare, non devi pretendere una sicurezza economica («E chi ce l’ha di ‘sti tempi!?»), non devi pensare di mantenerti col lavoro che fai, di avere un contratto, di essere pagato in regola e con i contributi, le ferie, la pensione, la malattia, la maternità. Questi diritti non esistono più. Non vengono neanche contemplati. Sono stati spazzati via dalla storia.

E noi chi siamo?
Siamo una generazione di trentenni disillusi che si fanno mantenere dai genitori. Che razza di sfigati! Ma se non ci fossero i genitori che hanno un contratto a tempo indeterminato, le ferie pagate, la malattia, la maternità, noi dove saremmo? Non saremmo qui a parlarne. E perché loro hanno questi diritti e noi non li abbiamo? Perché ai loro tempi c’era ancora qualcuno che credeva all’etica del lavoro. Non alla retorica del lavoro, ma all’etica. Io lavoro per guadagnarmi da vivere. Non vivo per guadagnarmi da lavorare. Io lavoro otto ore al giorno. Se ne faccio di più mi pagano gli straordinari e se mi ammalo o rimango incinta non mi licenziano, ma mi pagano per restare a casa a guarire o a allattare mio figlio. Io vivo e intanto lavoro.

Chi sono I Giusti adesso?
Ditemelo voi, che io ne vedo ben pochi. Se non sono le persone che lavorano in piccole realtà, per piccoli progetti in cui credono veramente, dove sono?
Sogno di lavorare in una compagnia teatrale da quando avevo 13 anni e seguivo un laboratorio nella palestra delle scuole medie. Sono entrata in una piccola compagnia di periferia e i primi mesi ho fatto di tutto, dall’organizzazione alle pulizie. Tutto per 5 euro all’ora, in nero. Mi pagavano di più al bar dei cinesi. Ma queste cose le fai lo stesso quando hai un sogno. Quando abbiamo iniziato a montare lo spettacolo ero in estasi. Dopo poco però il mio entusiasmo è sceso, dovevamo fare qualcosa di abbastanza decente per essere pagati dall’azienda che ci aveva commissionato lo spettacolo. Tutto qua. Non ero mai stata pagata per fare teatro, ma non avevo nemmeno mai fatto teatro solo per soldi. E quanti soldi? Ma ne vale la pena? Non è un lavoro, perché non mi posso mantenere e non è nemmeno una passione perché non c’è la stessa spinta emotiva. Il mio lavoro serve a far andare avanti la baracca. Quelli con cui lavoro sono giovani come me o di più, vengono sottopagati in nero e lavorano come schiavi. Tutto rientra nella retorica del lavoro. Devi essere giovane, coi controcoglioni anche se sei donna, tirartela quanto basta e lavorare come uno schiavo per pochi soldi e con zero diritti. Sempre col sorriso sulle labbra.

E dove sono finiti I Giusti?
Per cosa combattiamo? In cosa crediamo? Nel nostro lavoro? Non raccontiamoci balle. Abbiamo tutti bisogno di fare qualcosa, credere in qualcosa, sbatterci per qualcosa, pur di non rimanere fermi a guardare la vita di merda che conduciamo. Se ci fermassimo un attimo capiremmo che stiamo lavorando come schiavi per arricchire qualcun’altro, tutto qua. Come succede dai tempi dei tempi. E ci siamo dimenticati che I Giusti potevamo essere noi.